giovedì, 05 novembre 2009

INTERVISTA A CARLO FAVA

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Di Fabio Antonelli

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Voglio esprimerti una mia considerazione che vuol essere al tempo stesso anche un po’ una provocazione: di questa edizione del Tenco 2009 so che molti critici si sono meravigliati dell’assenza dell’ultimo lavoro di Paolo Conte, dalla rosa dei cinque dischi finalisti e che ha poi decretato la vittoria, meritatissima secondo me, di Max Manfredi con “Luna Persa”, io, però piuttosto ho trovato assurda l’assenza del tuo “Neve” perché ritengo sia uno splendido disco per certi versi ancora meglio del precedente “L’uomo flessibile”, che mi dici in merito?

 

È una domanda che devi rivolgere ad Enrico De Angelis, direttore artistico del Tenco.

 

Restiamo a “Neve” perché hai dato questo titolo al tuo ultimo lavoro? In tutto il disco non si trova mai questa parola e non trovo riferimenti diretti alla neve, è forse legato all’atmosfera fredda ed invernale che fuoriesce tra le righe delle canzoni, in un certo senso una sorta di gelo dell’anima?

 

La neve è il sogno, il riposo, l’incanto. Ho letto ieri un articolo in cui si narra che l’attuale sindaco di Mosca ha intenzione di utilizzare velivoli ”fendi nuvole” per impedire alla neve di cadere su Mosca. Un’operazione che ha chiamato “Dissipazione” (della neve, appunto). Oltraggioso e grottesco, oltre che demenziale.

 

Al di là del diverso linguaggio musicale adottato, con “Neve” sei ricorso allo strumento dei lieder, trovo ci sia un legame abbastanza stretto tra questa tua ultima fatica e “Personaggi criminali”, se là il viaggio nell’animo umano portava a situazioni da psichiatria criminale qui comunque si avvertono disagi esistenziali, solitudini incolmabili, futuri senza luce, dico male?

 

Mi sembra una lettura un po’ pessimistica di “Neve”. È un lavoro sicuramente molto intimista, disponibile a varie interpretazioni. Riascoltandolo mi sembra di trovarmi di fronte ad otto brevi racconti che finiscono tutti con un punto di domanda. Forse per questo motivo ti ricorda “Personaggi criminali”. Dentro la calma apparente del paesaggio di ”Neve” si muove qualcosa e l’immagine più appropriata, forse, è quella dello svenimento, dell’addormentamento. La fase che precede il sonno è per me sempre un momento di comprensione, di rivelazione e di ricognizione. Mi sto interrogando su questo tema perché le canzoni mi sembra nascano da questo tipo di stato, di condizione.

 

A proposito di linguaggio musicale com’è nato questo sodalizio musicale con il pianista Cesare Picco e il violista Danilo Rossi, questa svolta radicale verso una nuova forma di canzone tanto simile ai lieder classici più moderni, è stata una scelta dettata dai temi del disco o la volontà di intraprendere un nuovo percorso artistico?

 

Cesare è uno dei miei pianisti preferiti in assoluto e non lo dico perché è un amico. Avevo in testa da anni di combinare qualcosa con lui. Era arrivato il momento giusto. Inoltre il mondo musicale di Cesare è ricchissimo e non si limita allo strumento, l’ho lasciato completamente libero di adattare i miei brani al suo modo particolarissimo di suonare e di pensare la musica. Danilo è semplicemente il miglior violista del mondo. Fortunatamente, ogni tanto, gli viene voglia di fare incursioni musicali fuori dall’ambito strettamente classico. La cosa più seducente è vederlo, vederlo suonare, intendo. L’espressività del suo gesto e del suo corpo è un tutt’uno con la musica, davvero unico.

 

Addentriamoci tra le tracce del disco, partendo dalla canzone introduttiva “Lezioni di tenebre” dove affronti quella fase di abbandono verso l’inconscio che precede il sonno vero e proprio, l’attimo che traghetta l’io dal piano del reale al mondo parallelo dei sogni, qui questo passaggio avviene tramite le pagine di un romanzo, ma quanto la letteratura conta nel tuo universo musicale, al di là che so che nella vita sei libraio?

 

Sono stato libraio tanti anni fa. Anni gloriosi e divertenti. Lì, in effetti, ho imparato ad amare definitivamente i libri.

 

“La pratica del salasso”è forse la canzone più inquietante, quella che in maggior modo mi ha richiamato alla mente il tuo disco “Personaggi criminali”, passaggi come “C’è un assassino nascosto nel bosco / brilla la luna lo riconosco / brilla la vita brilla la lama / notte di lucciole per chi si ama / brucia il coltello brucia la gola / donna che fugge col sangue che cola” lasciano presagire un dramma consumato tra chi si conosce bene o sbaglio.

 

È una favola noir. È una canzone che potrebbe stare in un’operina stile Brecht/Weill. È un brano che risente di qualche lettura lombrosiana.

 

Ciò che mi resta più oscuro a livello di testi in questo disco è, però “Il merlo”, canzone musicalmente ineccepibile, un po’ Schubertiana direi, per quel suo carattere ondivago e spumeggiante, mi sembra alludere ad un distacco, ma è molto ermetica, forse sono io poco sensibile a questo genere di poesia mi chiarisci se c’è da chiarire?

 

Immagina una canzoncina da carillion. Mi piaceva quest’idea di un merlo che imita la suoneria di un cellulare. La tecnologia che s’intrufola subdolamente nei gesti più impensati, anche degli animali.

 

C’è invece un brano che, secondo me, scarta un po’ verso il tuo fortunato “L’uomo flessibile”, mi riferisco a “Naso che cola”, a me ricorda per sonorità “La palude”, anche se parla di tutt'altro, anche se nuovamente è difficile dire in poche parole di cosa effettivamente parli perché procede per accostamenti o meglio per contrasti “Il tavolo è pulito, il tavolo è sporco”, “un angelo mi picchia, un diavolo mi consola”, “mi sento male mi sento pulita”, “gioco di prestigio… col coniglio che muore” è come vi fosse in atto nella quotidianità del vivere l’eterna lotta tra bene e male, ma cosa è bene e cosa è male?

 

Il naso che cola e la lingua che batte sono due segnali inequivocabili di una forte dipendenza dalla cocaina. È di questo che la canzone parla. Hai ragione: ci sono affinità di testo e musicali con la palude. Un certo ”ermetismo” delle parole e l’utilizzo delle note basse del pianoforte; l’atmosfera è onirica anche se il tema della canzone è molto preciso.

 

Anche in “Scrivo” si ritrova questo gioco di contrasti “Scrivo scrivo scrivo / che la vita è imperfetta per più di un motivo / Scrivo scrivo scrivo / che la vita è bellissima per più di un motivo”, ma si trova anche la difficoltà dello scrivere “Scrivo adagio, scrivo con disagio / in continua attesa di una luce accesa / scrivo delle idee, qualche informazione, / uso un po’ di arte e un po’ di imitazione”, non so quanto ci sia di autobiografico in questo testo, però credo che in quel che scrivi o meglio scrivete (scrivi con Gianluca Martinelli da sempre), ci sia arte e ci sia soprattutto la difficoltà del mettersi a nudo attraverso la scrittura o sbaglio?

 

È un’esperienza strana e inusuale scrivere a quattro mani. La magia scatta quando abbiamo entrambi qualcosa da dire. È per questo che ci siamo interrogati sul lavoro quotidiano dello scrivere. La canzone, in effetti, parla anche di noi ”Scrivo a quattro mani, scrivo solo in coppia, scrivo e tutto, tutto si raddoppia”…

 

Rileggendo queste mie domande non vorrei aver dato l’idea di un disco mesto e pieno di dolore, c’è sì sofferenza, ma ci sono anche momenti d’amore come con “Baby, “Terrazza Belvedere” ed “Ultima”, ultima solo come titolo e come disposizione nella track list perché trovo sia una canzone stupenda che mette in mostra la bellezza dell’essere femminile cui, però l’uomo non sa ancora rispondere con la sufficiente maturità, così mi par di cogliere in “Se vedete quella donna, vi prego è roba mia”. Che mi dici in proposito?

 

Ultima è una canzone che mi piace perché parla di come si può illuminare il mondo anche stando un po’ in disparte.

 

“Neve” sarà un tour teatrale? Ma soprattutto rappresenta il tuo nuovo modo di essere o deve essere considerato semplicemente una tappa del tuo percorso stilistico? Giusto per chiudere, cosa ti riservano i prossimi mesi artisticamente parlando?

 

Le date sono in via di definizione. Ma i concerti,per ora, saranno rigorosamente col trio del disco. Se la mia oblomoviana pigrizia me lo consentirà mi attiverò presto in una riesumazione del mio sito ufficiale. Lì si potranno vedere presto le date.

 

 

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giovedì, 29 ottobre 2009

Pippo Pollina
Fra due isole

 

pippo pollina2

Fra due isole: 25 anni racchiusi in 70 minuti, fra impeto e passione!

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di Fabio Antonelli

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Quando si tentano operazioni come questa, cioè scegliere un pugno di canzoni, quelle che si considerano magari le migliori, decidendo di ripresentarle al proprio pubblico facendosi accompagnare da un’intera orchestra sinfonica i rischi che si corrono sono davvero tanti, si rischia prima di tutto di snaturare l’impianto musicale delle canzoni stesse, come è accaduto spesso anche nelle passate edizioni del Festival di Sanremo in cui spesso le canzoni assumevano connotazioni totalmente diverse da quelle possedute nella loro versione originale oppure, al contrario, si rischia di utilizzare l’intero impianto sinfonico come un semplice elemento di sfondo, un’intera orchestra appiattita in un’unica voce, senza quindi dare alcun valore aggiunto all’intero lavoro svolto dalle due componenti, il cantante e il corpo orchestrale.

 

In proposito è chiaro Pippo Pollina nel libretto del disco, quando dice “Nella maggior parte dei casi infatti, quando due mondi apparentemente lontani, quali sono quelli della musica classica e sinfonica da una parte e la musica “pop” o la cosidetta canzone d’autore dall’altra, si incontrano, avviene un movimento che induce la dimensione sinfonica ad avvicinarsi a quella “chanson”. In un tripudio di violini e di ottoni si sfiora il “kitsch” per amore di non snaturare l’impianto melodico della canzone e per consentire al cantante di rimanere nel pieno possesso del suo territorio musicale, “Fra due isole” è l’esatto contrario. L’idea di base è quella di rimuovere la dimensione cantautorale delle mie composizioni in una direzione sinfonica”.

 

Di questo problema è pienamente consapevole anche il direttore d’orchestra Massimiliano Matesic, chiamato a dirigere i circa 70 elementi che compongono l’Orchestra Sinfonica del Conservatorio di Zurigo e che sempre nel libretto dice “Ho immaginato subito come una doppia sfida l’idea di mettere insieme un repertorio che si avvalesse di un’orchestra di musica classica accanto a Pippo e a un batterista: da una parte tutti i procedimenti melodici e armonici che la band originariamente assume con carattere improvvisatorio andrebbero trasposti in modo dettagliatissimo in un determinato linguaggio orchestrale. Era chiaro sin dall’inizio che molte coloriture e sfumature così connaturate allo stile di Pippo non potessero essere riprese dagli strumenti di un’orchestra sinfonica. D’altro canto gioca un ruolo non proprio secondario un aspetto di carattere pedagogico: era pianificata una lunga tournée italiana e non volevamo porre l’Orchestra sinfonica giovanile in seconda linea come “accompagnamento” bensì farla esibire alla pari con Pippo come partner musicale”.

 

Ecco allora che in questo disco le due componenti, cantante ed orchestra, dialogano fra loro e secondo le necessità è l’uno o l’altro a tirare le fila e a prevalere.

 

In "Marrakesh" ad esempio, intimistica canzone sul tema dell’emigrazione “E porto gli stracci d’amore / e c’ho sorrisi da regalare / per i viandanti d’oltremare” l’orchestra ha semplicemente un ruolo marginale di puro accompagnamento, mentre è la batteria suonata da Marco Agovino a trascinare ritmicamente il pezzo fino alla ripresa finale dell’orchestra.

 

Ben diverso è invece il ruolo svolto dall’orchestra nel conclusivo brano “Canzone sesta”, una canzone che nella riscrittura orchestrale assume una cadenza in continuo e lento crescendo tipo Bolero di Ravel, fino all’impetuoso finale in cui l’ira ed il furore dell’invettiva politica del rabbioso testo di Pippo Pollina sono sostenuti dal vigore e dalla forza quasi straripante dell’orchestra per giungere ai conclusivi e sconsolati versi “Perché esiste un passaggio comune, un comune destino / che fa più vita la vita e non fa sconti per nessuno”.

 

Ancora complesso è il carattere sinfonico di “Sambadiò”, brano in cui le percussioni ed i fiati interagiscono con Pippo, anche se meno pesantemente che nel precedente brano, accompagnando e sottolineando la splendida melodia scritta da Pippo per questa canzone che racconta il dialogo d’amore di una donna che cerca di addormentare proprio figlio in un paese straziato dalla guerra cantandogli “Ma un bel giorno questa guerra finirà / e sui muri della città / cresceranno i fiori che ti darò / sambadi sambadiò”, il pezzo ha la caratteristica malinconia di tante nenie slave e tzigane.

 

Un brano particolare è invece “Chiaramonte Gulfi” dove l’orchestra suona con ritmo incalzante e volutamente forzato tanto da sembrare a tratti una fanfara di paese, quasi a voler sottolineare quella atmosfera festosa di chi, migrante e lontano dalla propria amata terra, torna in paese e trova “L’anima pigra dei muretti a secco / degli agavi in fiore e l’odor del tabacco / degli anziani che giocano a carte giù in piazza” e vergognandosi della propria umile situazione di operaio in una delle tante fabbriche sperse nelle nebbie della Brianza, si inventa di aver fatto fortuna a Toronto.

 

Ci sono poi momenti toccanti come “L’amore dopo la caduta del muro”, canzone che è introdotta da Pippo recitando questi brevi versi “Sotto i tigli ti porterei / ad indossare / questa vita che scivola via / senza un goccio di vodka / senza un po’ di magia”, poi è lo stesso Pippo al piano a condurci per mano in questo intenso canto d’amore in cui l’orchestra si limita a fare solo da accompagnamento, quasi stesse in contemplazione.

 

Un altro pezzo coinvolgente è “Due di due”, brano intenso e triste sulla vita da emigrante, caratterizzato da uno struggente e malinconico sguardo verso il proprio passato e verso tutto quello che si è lasciato in cerca di fortuna “Ti ricordi Giovanni / le parole della zagara / le ombre di Segesta e gli spari sulle piazze / Io non ho mai dimenticato l’odore della terra / quando d’improvviso piove / e noi muti al riparo”.

 

Sono, però veramente tante le sottolineature che mi verrebbe di fare sui brani scelti per questo disco, come ignorare ad esempio canzoni come “Leo” introdotto dalla forza suggestiva degli archi, una canzone suonata da Pippo al pianoforte e piena di sincero amore per la poesia di Leo Ferré “Quando rileggerò le tue candide invettive, / quando riascolterò le tue acque sulle mie rive, / e mi disegnerai come la prima volta / una profonda vertigine davanti la mia porta”, sinceramente un brano commovente che è meglio non ascoltare al farsi della notte perché allora trattenere le lacrime è una fatica.

 

Oppure come non sottolineare “Il cameriere del Principato”, un brano invece spumeggiante e trascinante capace di far smuovere mani e piedi anche ai più pigri e di far sorridere l’ascoltatore per l’ironia di cui è impregnato, anche se a ben pensarci ci sarebbe da piangere oppure “Il pianista di Montevideo” che al ritmo di tango ci porta in una “città così piena di orologi il tempo non si ferma nemmeno per gli indugi” tra echi di Piazzolla.

 

Forse mi sono già dilungato troppo per questo se tralascio di citare gli altri brani è solo per questioni di spazio, voglio invece concludere dicendo che forse racchiudere 25 anni di carriera e ben 21 dischi alle spalle in un solo disco, anche se con i suoi 14 brani e due bis dura circa 70 minuti, è un’impresa ardua, però il risultato è stupefacente perché c’è impeto politico, c’è l’amore, c’è la passione di scrivere canzoni con cura artigiana, ci sono sentimenti forti e sinceri capaci di coinvolgere chi ascolta, a volte fino alla commozione.

 

L’augurio che faccio a Pippo è quindi quello di vivere almeno altri 25 anni di carriera musicale altrettanto intensi e ricchi di soddisfazioni, lo dico per lui ed egoisticamente per noi che beneficiamo delle sue poetiche creazioni.

 

INFO:

 

Pippo Pollina

Fra due isole

 

Storie di Note / Egea - 2009

Nei migliori negozi di dischi.

 

Tracklist


01. Ouverture

02. Leo

03. Marrakesh

04. Chiaramonte Gulfi

05. Due di due

06. Il pianista di Montevideo

07. Signore da qui si domina la valle

08. I ragazzi della Via Paal

09. L’amore dopo la caduta del muro

10. Sambadiò

11. Canzone quarta

12. Il giorno del falco

13. Il cameriere del principato

14. Canzone sesta

 

Bonus tracks

 

Tammurra e vuci

Chiaramonte Gulfi (bis)


Crediti:

Pippo Pollina: voce, pianoforte e chitarra

 

Musica e testi di Pippo Pollina

tranne “L’amore dopo la caduta del muro” scritta con Linard Bardill e “Tammurra e vuci” (musica di Massimo Laguardia e testo Pippo Pollina)

 

Arrangiamenti e orchestrazioni di Massimo Matesic eseguiti dall’Orchestra Sinfonica del Conservatorio di Zurigo, con la partecipazione di Marco Agovino alla batteria.

 

Registrazione dal vivo di Patrick Muller effettuata il 5 settembre 2009 al Volkshaus di Zurigo

 

Progetto grafico di Chiara Fenicia.

Fotografie di Simon Veroneg / Fotografia interna di Pippo Pollina di Christian Geisler

Produzione esecutiva di Rambaldo Degli Azzoni Avogadro (Storie di Note) e Giuseppe Perna (Ivents Kulturagentur)

 

Sito ufficiale di Pippo Pollina: www.pippopollina.com

Pippo Pollina su MySpace: www.myspace.com/pippopollina

 

Voto: 9/10

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lunedì, 19 ottobre 2009

Il fascino filosofico di un calzino reo... di essere esotico!

Partecipa anche tu al dibattito... lascia un commento!!!

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postato da: parinistaff alle ore 10:41 | Permalink | commenti (1)
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domenica, 11 ottobre 2009

Elisir
Pere e cioccolato

elisir 

Pere e cioccolato: una delizia da buongustai.

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di Fabio Antonelli

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Gli ingredienti di questo attraente dolce musicale sono tutti dosati alla perfezione e musicalmente parlando il risultato è davvero stupefacente, lasciando l’ascoltatore pienamente appagato e senza alcun peso sullo stomaco….

 

I meriti principali di questo raffinato prodotto sono essenzialmente da attribuire a Paola Donzella, look simile alla mitica Valentina di Crepax, una splendida voce e una capacità di scrivere testi molto pregevoli, dall’impronta davvero originale e al compagno musicale Paolo Sportelli polistrumentista e sincero amante di quella atmosfera culturale che ruota intorno al jazz anni ’30, stile manouche allo Django Reinhardt tanto per intendersi.

 

Il disco da subito mi ha portato alla mente per stile ed atmosfere un altro lavoro molto bello “Un altro ballo” di Maurizio Geri, disco purtroppo rimasto decisamente all’ombra dei riflettori e che non ha certamente avuto la fortuna di “Pere e cioccolato”, prima finalista e poi vincitore, meritatamente, della Targa Tenco “Opera prima” di quest’anno.

 

Torniamo, però a questo disco che ha come punti di forza, oltre al suddetto duo di creatori, il resto del gruppo Elisir ossia Daniele Gregolin alle chitarre, Daniele Petrosillo al contrabbasso e Walter Calloni alla batteria come ospite fisso, come non ricordare però tra gli artefici dell’ottimo risultato finale i prestigiosi ospiti che hanno suonato questo disco, tra cui tanto per fare qualche nome Stefano Bagnoli alla batteria o Fabrizio Bosso alla tromba, utilizzati un po’ come spezie capaci di render perfetto un dolce già buono di suo.

 

Ciò che però sorprende maggiormente di questo splendido lavoro è la compattezza dell’intero progetto che non fa acqua in nessun elemento, ogni canzone è un piccolo microcosmo perfettamente riuscito, a cominciare da “Mondo storto” densa e piena di fascino che s’apre con delicate note di pianoforte, seguite dal violoncello fino a quando la sezione ritmica, costituita da batteria e clarino, prendono forza e vigore conducendoci al fantastico assolo di sax soprano a chiudere il tutto. Il testo è notevole, ecco un esempio “Mondo storto / di marionette e ostilità / in un gioco d’azzardo sporco / siamo tutti dei fiori o dei re / fermi forti in un battello pazzo ed ubriaco di bugie” tra parole che mi ricordano Bergman e uno stile che mi lascia un sapore vagamente contiano.

 

Si cambia immediatamente registro per un altro brano “Dentro un tango” dal ritmo lento e compassato, un brano direi molto parigino ed uggioso “La pioggia cade incessante sulla mia testa / la ballerina riceve un applauso distratto / le strade sanno d’inverno e di mondanità / ma è dentro un tango che batte l’amore per te”, una dichiarazione d’amore incondizionato verso l’amore stesso “Ci sono anime sincere che fan fatica a innamorarsi / capisco bene la ragione, il mondo spesso è un illusione / ma io che vivo i sentimenti, pieni di gioie e di tormenti / alzo la voce con orgoglio “L’amor non sempre è un imbroglio!”.

 

Fluida e delicata è “Dove sei” canzone molto cinematografica, una concreta carrellata tra le strade di una città fino all’espressione di desiderio finale “Vorrei avere il tempo di abbandonarmi / sentire i ricordi senza gli allarmi / lontano dal mondo abitato dai matti / con il cuore che miagola ai gatti / sentire le onde del mare gridare / vedere i gabbiani dal molo volare / e poi ancora amare… te / Dove sei dove sei…”.

 

E’ invece piena di ritmo, quasi forsennato, la successiva “Un italiano a Parigi” che ricorda nel titolo il film “Un americano a Parigi”, decisamente anni ’30, è un bel charleston in cui spiccano la splendida tromba di Fabrizio Bosso che suona come suonava ai tempi un certo Bix Beiderbecke, il testo è come uno scioglilingua “Prendi un italiano un po’ viziato un po’ imbranato / Parigi è bella ma i francesi! Tra il formaggio tutto uguale e la pasta senza sale facile la conclusione il cibo è della mia nazione vous etez d’accord?”da ingollarsi in un colpo solo.

 

“Fiore di notte” è canzone notturna non solo nel titolo, è una sinuosa beguine in cui tira le fila la splendida chitarra solista di Bebo Ferra ed in cui anche la voce di Paola Donzella è più scura che altrove, sono sentimenti come nostalgia e speranza ad emergere “Nell’incertezza del mare del tempo e del vento / Terra consumata da grandi lontananze ma di chi tornerà / Fiore di notte si accende in paese / Dopo le ore al sole degli arsi contadini le mogli ad incantar”

 

Sempre su ritmi lenti, compassati, a tratti persino solenni è “Neve”, in cui ritroviamo la magia di Fabrizio Bosso a sigillare il brano con due lunghi e suadenti assoli di filicorno fino ad esaurire la musica sui tocchi delicati del pianoforte, il testo è lieve come sono lievi i fiocchi di neve e si chiude così “Poi col sole fai l’amore / e sei sciolta di emozione / hai dipinto la giornata / con il tocco di una fata”.

 

Con la title-track “Pere e cioccolato”, dopo una breve fase interlocutoria gestita dal pianoforte, parte a mo’ di marcetta e non si ferma più, sostenuta dalla sezione ritmica. E’ brano davvero trainante che ha per tema l’amore visto allegoricamente in chiave culinaria, per un’accoppiata davvero strana “Come due ingredienti opposti ma pieni di autenticità / folli amanti sempre in lotta ma aromatizzati di amor”.

 

Il ritmo scende vorticosamente con “Incanto”, ma non l’attenzione, si tratta, infatti, di un brano molto fine e pieno di poesia “Dammi la follia, la fantasia / di un bimbo che si perde / ancora tra le braccia di una madre che sa / dove il vento dirà la sua dolce preghiera, / e il mio cuore nel mare un incanto sarà”. 

 

Sempre su ritmi rallentati ci troviamo con “Il Valzer di Angelina”, brano carico di atmosfera cinematografica con quel suo procedere cadenzato e sinuoso, il suono avvolgente ed intrigante dei clarinetti suonati da Paolo Sportelli, il ricamo tessuto dal filicorno di Fabrizio Bosso e quel suo sapore d’altri tempi, “Mille strumenti in coro per ricordare chi non c’è più / Abbracciano il paese con te / In pace e armonia / gli agri sapori di arance in festa / bancarelle, gelsomini son tutti intorno per te”.

 

Chiude degnamente questa raccolta di splendidi pezzi la cover di “Berceuse Insomniaque” dei Paris Combo, una canzone musicata da David Lewis e testo di Belle du Berry/David Lewis, intrisa di accorata dolcezza da e qui rigenerata per mano dalla chitarra di Bebo Ferra, ma soprattutto della voce impeccabile di Paola Donzella.

 

Penso sia inutile aggiungere altro, perché si tratta di un disco pressoché perfetto, senza cedimento alcuno, fantastico come un dolce di alta pasticceria, dolce appunto, ma mai stucchevole, dove spezie e sapori sono dosati con arte sopraffina conseguendo risultati ineguagliabili, per la gioia di tutti i palati... pardon orecchi.

 

INFO:

 

Elisir

Pere e cioccolato

 

OddTimes Record/Carta da Musica/Egea - 2009

Acquistabile nei migliori negozi di dischi

 

Tracklist

01. Mondo storto

02. Dentro un tempo

03. Dove sei

04. Un italiano a Parigi

05. Intro Bebò

06. Fiore di notte

07. Neve

08. Pere e cioccolato

09. Incanto

10. Il valzer di Angelina

11. Berceuse insomniaque


Crediti:

Elisir

Paola Donzella: voce

Paolo Sportelli: pianoforte, clarinetto, clarinetto basso, piano Rhodes, sintetizzatori

Daniele Gregolin: chitarre

Daniele Petrosillo : contrabbasso

Walter Calloni: batteria (ospite fisso)

 

Ospiti:

Stefano Bagnoli: batteria

Fabrizio Bosso: tromba e filicorno

Javier Girotto: sax soprano, moxeno

Alessandro Giulini: fisarmonica

Bebo Ferra: chitarre

Andrea Rotoli: chitarre

Piero Salvatori: violoncello

 

Testi: Paola Donzella

Musica: Paolo Sportelli (tranne 11- musica di David Lewis/Paris Combo e testo di Belle du Berry/David Lewis, arrangiamento di Paolo Sportelli)

 

Prodotto da Accademia del Suono, Borgo della Musica, Dasè Sound Lab, Sottolaluna

Registrato e mixato all’Accademia del Suono da Fausto Dasè per Dasè Sound Lab SRL

Assistenti di studio: Federico Gibelli, Gabriele Simoni

Programmazioni: Fausto Dasè, Paolo Sportelli

Editing delle parti vocali effettuato da Paolo Sportelli al Borgo della Musica di Milano

Masterizzato al Nautilus di Milano da Claudio Giussani

 

Elisir su Myspace: www.myspace.com/elisirclub

 

Voto: 9/10

postato da: parinistaff alle ore 19:41 | Permalink | commenti
categoria:recensioni
giovedì, 24 settembre 2009

VI PRESENTO LA NUOVA RUBRICHETTA "HOT USI"

di C.S.

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Cartesio Infinity Cogito ergo sim, filosofia della Tim.

 

Inizio e fine di una favola Cera una volta… squagliata!

 

Previsioni del tempo Doma ani, Pio v’è…

 

Ignavia dal dentista “Masticazzi male”…

 

L’obeso socratico “So solo di non saprebbi, infatti parlatti come magnatti”

 

Provai più volte a chiamare la signorina Cusi senza dare nell’occhio, ma continuavano a girarsi tutti “Miss Cusi?”

 

Interurbana  Sto parlando con Marrakech… e quando ritorn?
postato da: parinistaff alle ore 14:47 | Permalink | commenti
categoria:riti satirici